BREMBANASKI

LE VALANGHE - COME PREFENIRE AI PERICOLI

Introduzione

Forse non tutti sanno che sciando fuori pista si corrono in pratica i medesimi rischi di uno scialpinista, primo fra tutti le valanghe, la cui indole, se così possiamo chiamarla, è ben chiarita da un famoso detto: La valanga cade dove è già caduta, dove non è mai caduta e dove non cadrà mai più. Per essere precisi, lo sciatore fuori pista corre “più” rischi di uno scialpinista: quest’ultimo, durante la lenta salita con le pelli di foca, ha avuto tempo e modo di esaminare il manto nevoso, i pendii e i canali circostanti, la direzione del vento, gli eventuali accumuli, facendosi quindi un’idea abbastanza precisa delle condizioni della neve e della sua stabilità, anche ai fini del rischio valanghe. Lo sciatore fuori pista, viceversa, portato velocemente in quota dagli impianti, si trova a sciare su una neve del tutto nuova, lungo pendii, canali, dossi e vallette sconosciute, con tutti i rischi connessi. Per concludere, lo sciatore che affronta il fuori pista, dovrebbe conoscere tutte le problematiche legate alle valanghe alla pari di uno scialpinista.

DEFINIZIONI

Le valanghe, concettualmente, sono definibili come masse di neve più o meno grandi che si mettono improvvisamente in movimento lungo un ripido pendio montano, scendendo velocemente a valle.

Le valanghe possono sostanzialmente suddividersi in due tipi:

valanghe di neve a debole coesione: esse hanno un’origine (o punto di rottura) puntiforme, e sono inizialmente costituite da una piccola quantità di neve (solitamente meno di 1 metro cubo) che inizia a scivolare lungo il pendio. In questo movimento verso valle la massa di neve si ingrossa progressivamente, e occasionalmente può raggiungere dimensioni rilevanti;

valanghe di neve a lastroni: esse sono costituite da grandi lastre (o strati) di neve compatta, che si mettono in movimento a seguito di una frattura nella lastra stessa. Lo spessore della lastra può variare dai 10 cm. ai 10 metri (mediamente intorno al metro), e la lunghezza della frattura può essere di pochi metri, ma può anche superare il chilometro! Sono queste le valanghe di gran lunga più pericolose per lo scialpinista e per lo sciatore che affronta il fuoripista, sia per la difficile individuazione che per l’enorme quantità di energia che si mette in movimento: un semplice lastrone rettangolare di 10 x 20 metri, dello spessore di 50 cm., pesa (mediamente) qualcosa come 25 tonnellate (il peso specifico della neve può infatti variare dai 30 ai 500 chilogrammi per metro cubo).

fATTORI DI fORMAZIONE

I principali fattori che concorrono alla formazione delle valanghe sono, in pratica, gli stessi che occorre considerare in sede di prevenzione, sia prima di compiere la gita (studio della cartina, ascolto del bollettino nivo-meteo, raccolta di informazioni) che durante l’escursione e la discesa (studio e osservazione del terreno e delle condizioni della neve).

NEVE FRESCA : La causa prima delle valanghe è costituita, ovviamente, dalle precipitazioni nevose, la cui entità comporta un graduale aumento del pericolo, secondo la seguente progressione indicativa, riferita a precipitazioni in assenza di vento sensibile: – fino a 30 cm.: il pericolo aumenta in modo trascurabile; – da 30 a 50 cm.: il pericolo è limitato ai pendii ripidi (oltre 30 gradi di pendenza), e si richiede già molta prudenza; – da 50 a 80 cm.: il pericolo interessa tutti i pendii, anche non ripidi; – oltre 80 cm.: il pericolo è grave e generale, interessando anche il fondovalle, le vie di comunicazione e i centri abitati; possibilità di valanghe eccezionali e catastrofiche.

VENTO : Il vento è stato definito “il fabbricante di valanghe” (in particolare di valanghe a lastroni) in quanto determina la struttura del manto nevoso, creando accumuli sui pendii al riparo dal vento e “denudando” viceversa i pendii esposti. Si vengono così a creare cornici sulle creste, lastroni nelle conche e negli avvallamenti, mentre i costoni appaiono pressoché “pelati”, ingannando sulla reale consistenza del manto nevoso. In presenza di vento, sono già sufficienti 10 – 20 cm. di neve fresca per creare una situazione di concreto pericolo.

LA TEMPERATURA:  è il fattore determinante dell’evoluzione del manto nevoso:

– se la temperatura resta costantemente bassa, anche il pericolo di valanga si prolunga nel tempo, anche per mesi, in quanto la metamorfosi dei cristalli nevosi, e quindi l’assestamento, è rallentato;

– se la temperatura cresce gradualmente, la coltre nevosa può assestarsi e consolidarsi, con graduale diminuzione del pericolo. Se a questo riscaldamento graduale segue un raffreddamento, la resistenza del manto nevoso aumenta, con ulteriore diminuzione del pericolo; – se la temperatura si alza rapidamente, si ha un altrettanto rapido aumento del pericolo

LA STRUTTURA DEL MANTO NEVOSO: I cristalli di neve al suolo sono sottoposti a una continua trasformazione (metamorfosi), dovuta sia alla temperatura che alla pressione (peso) dei nuovi strati di neve fresca.Dapprima i cristalli di neve più complessi e ramificati tendono a rompersi e a cadere l’uno sull’altro: la neve si assesta e, se lo spessore e la pendenza del pendio superano un determinato limite, si hanno valanghe di neve a debole coesione. Le nuove nevicate, specie se accompagnate dal vento, possono poi creare strati di neve compatta e resistente, “nascosti” all’interno del manto nevoso, o anche in superficie. Questi strati (o lastroni) di neve possono facilmente non essere “uniti” (o saldati) tra loro, a causa soprattutto della cosiddetta “brina di superficie”. Si hanno così strati di neve semplicemente appoggiati gli uni sugli altri, che possono mettersi in movimento sia per cause naturali (rottura dell’equilibrio interno) che per sollecitazioni esterne (passaggio di uno sciatore).

I PENDII:  elemento fondamentale da considerare è la morfologia del terreno, ovvero la pendenza, l’esposizione e la tipologia dei pendii su cui poggia la neve. Salvo casi eccezionali, il distacco di valanghe a lastroni è possibile solo su pendii aventi pendenza superiore a 25-30 gradi (tenere conto della pendenza massima, e non di quella media). Ovviamente un pendio pianeggiante può essere reso pericoloso da un sovrastante ripido pendio. Occorre considerare anche l’esposizione del pendio, per la sua rilevanza riguardo alla temperatura (le zone ombreggiate tendono ad assestarsi più lentamente) e ai venti (i pendii al riparo dai venti dominanti possono facilmente presentare accumuli e lastroni). Altrettanto importante è la configurazione del terreno, in quanto i dossi, i costoni e le creste sono generalmente più sicuri di conche, canali e avvallamenti. La conoscenza del terreno nelle sue condizioni estive è senz’altro utile: un ripido e uniforme pendio erboso è sicuramente più rischioso di una irregolare pietraia o di un versante ricco di vegetazione.

SCALA EUROPEA

La scala europea del pericolo da valanghe si compone di 5 gradi di pericolo crescente, individuati con indici numerici da 1 a 5. Occorre sottolineare che la scala non è lineare, in quanto il grado mediano (3 marcato) non rappresenta un pericolo medio, bensì un pericolo superiore.

Scala del pericoloProbabilità di distacco valangheIndicazioni per sci alpinisti escursionisti e sciatori fuori pista
DEBOLEIl distacco è generalmente possibile solo con forte sovraccarico su pochissimi pendii estremi. Sono possibili solo pochissime valanghe spontanee.Condizioni generalmente favorevoli per gite sciistiche.
MODERATOIl distacco è possibile soprattutto con forte sovraccarico su pendii ripidi indicati. Non sono da aspettarsi grandi valanghe spontanee.Condizioni favorevoli per gite sciistiche ma occorre considerare adeguatamente locali zone pericolose.
MARCATOIl distacco è possibile con debole sovraccarico sui pendii ripidi indicati, in alcune situazioni sono possibili valanghe spontanee di media grandezza, in singoli casi, anche grandi valangheLe possibilità per le gite sciistiche sono limitate ed è richiesta una buona capacità di valutazione locale.
FORTEIl distacco è probabile già con un debole sovraccarico su molti pendii ripidi. In alcune situazioni sono da aspettarsi molte valanghe spontanee di media grandezza e, talvolta, anche grandi valanghe.Le possibilità per gite sciistiche sono fortemente limitate ed è richiesta una grande capacità di valutazione locale.
MOLTO FORTESono da aspettarsi numerose grandi valanghe spontanee, anche su terreno moderatamente ripido.Le gite sciistiche non sono generalmente possibili.

Dalla stagione invernale 2001 – 2002, sono variati i colori di identificazione dei cinque gradi di pericolo della scala europea del pericolo da valanghe. Negli otto anni di utilizzo dei precedenti colori, spiega l’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe), ci si è resi conto che i colori ocra e arancio, usati per distinguere i gradi 3 e 4, spesso “maltrattati” dalle tipografie e dai realizzatori di siti web, tendevano ad assomigliarsi, creando potenziale confusione. A livello europeo, si è così deciso di rendere definitiva la proposta sperimentalmente adottata dalla Svizzera durante la precedente stagione invernale

Grado 1Verde
Grado 2Giallo
Grado 3Arancio
Grado 4Rosso
Grado 5Rosso/Nero con quadrettatura nera

pREVENZIONE

Poiché l’essere travolti e sepolti da una valanga comporta – sempre – un gravissimo rischio di morte (statisticamente valutato nel 50-60 per cento dei casi), è della fondamentale importanza “evitare di finirci sotto”. Occorre quindi puntare tutto sulla prevenzione, sia prima della gita (durante la sua pianificazione a tavolino) che durante l’effettivo svolgimento dell’escursione: circa il 90 per cento delle vittime sono decedute a causa di valanghe distaccate da loro stessi, o dai loro compagni.

Prima della Gita: Una corretta ed efficace prevenzione non può iniziare solo qualche giorno prima della programmata escursione, ma dovrebbe partire fin dall’inizio della stagione invernale, con la regolare consultazione del bollettino nivometeorologico (anche quando non si hanno in programma gite). Questo per rimanere costantemente aggiornati sulle condizioni e sull’evoluzione del manto nevoso, e per crearsi una sorta di utilissima “memoria storica”. Per consultare il bollettino della propria regione è possibile visitare il sito AINEVA o altre fonti (regione, Arpa, CAI etc.. Il bollettino fornisce la situazione e le previsioni meteorologiche, descrive le condizioni del manto nevoso ed espone il pericolo di valanga secondo una scala suddivisa in 5 gradi, descritta nella scheda precedente. Sulla base del bollettino si studia quindi accuratamente il percorso previsto sulla cartina.

Calcolare la Pendenza: nelle schede precedenti si è visto come uno degli elementi più importanti da considerare sia la pendenza dei pendii, rilevabile osservando le linee di livello di una carta topografica: più le linee sono vicine, più la pendenza è alta, e viceversa. Si tratta ovviamente di una valutazione “a occhio”, imprecisa ma comunque preziosa. Di seguito si espone invece un semplice metodo analitico per determinare con precisione la pendenza di un determinato pendio, sulla base della carta topografica:

1. Scelto il pendio interessato, si consideri il dislivello esistente tra due linee di livello assunte come riferimento: tale dislivello prende il nome di ALTEZZA.

2. Utilizzando un righello millimetrato, si misuri la distanza esistente tra le due curve di livello considerate. Si trasformi quindi questa distanza in millimetri nella reale distanza sul terreno, servendosi della scala della cartina. Il valore così ottenuto prende il nome di BASE.

ALTEZZA / BASE : il risultato di questa operazione, confrontato con la tabella seguente, consente di determinare la pendenza del pendio

ALTEZZA / BASE0,360,470,580,700,841,00
PENDENZA / GRADI202530354045

Una volta iniziata l’escursione o la discesa fuori pista, è importante guardarsi costantemente e attentamente attorno, in modo da avere sempre nuovi elementi di analisi e di giudizio: spessore della neve, cornici, erosione dei costoni, valanghe già cadute, vento, orario della giornata etc. L’esatto itinerario cercherà di sfruttare al meglio le caratteristiche del terreno: saranno preferiti dossi o costoni, boschetti, zone accidentate o terrazzate etc. Dovendo attraversare un pendio a rischio è bene farlo il più in alto possibile, e preferibilmente in leggera discesa. Ovviamente tutti i componenti della comitiva saranno adeguatamente distanziati (almeno 15 metri) e, meglio ancora, si dovrebbe eseguire l’attraversamento “uno alla volta”. Seguire tutti la stessa traccia, evitando di “pestare” la neve con gli sci. Esaminare attentamente il pendio circostante alla ricerca di eventuali crepe o di altri indizi di un imminente distacco. Ricordarsi anche di impugnare i bastoncini senza infilare la mano nei cinturini, come pure di sganciare i cinturini degli sci.

equipaggiamento

In questa sede ci si riferisce solamente all’equipaggiamento specifico riguardante le valanghe, il cui “pezzo forte” è costituito dalla ricetrasmittente per la ricerca delle vittime in valanga: il cosiddetto ARVA, ovvero Apparecchio di Ricerca in Valanga. Il suo uso è sostanzialmente semplice, e si rimanda alle istruzioni allegate all’apparecchio. Il fatto, tuttavia, che si porti l’ARVA senza mai usarlo – per fortuna! – comporta il rischio di una scarsa (o peggio inesistente) dimestichezza nel suo uso, che potrebbe rivelarsi in tutta la sua drammaticità proprio durante la ricerca di un compagno sepolto. E’ evidente come, in una simile evenienza, non sarebbe proprio il caso di fermarsi a leggere le istruzioni. E’ quindi di fondamentale importanza allenarsi a usare l’ARVA, memorizzando i comportamenti e le tecniche di ricerca. Ciò rischia di essere noioso, è vero, e per questo l’allenamento potrebbe essere impostato come un gioco (nascondino, caccia al tesoro…), magari in una giornata di brutto tempo, quando si è bloccati in rifugio o nel fondovalle. A questo punto è d’obbligo una fondamentale avvertenza: l’utilizzo dell’ARVA non deve assolutamente dare una sensazione di maggiore sicurezza, spingendo magari a rischiare di più. Si tratterebbe unicamente di una falsa sicurezza. Recenti statistiche hanno infatti dimostrato come la mortalità dei sepolti dalle valanghe dotati di ARVA – pari al 66 per cento – non sia poi di molto inferiore alla mortalità dei sepolti non dotati di ARVA – pari al 74 per cento – (H. Brugger, Servizio Valanghe Italiano, CAI). Infine, ogni componente della comitiva dovrebbe essere dotato di una sonda e di una pala da neve, che riduce anche di 5 volte i tempi di scavo. E questo, detto brutalmente, potrebbe rappresentare la differenza tra la vita e la morte di un compagno sepolto.

sistema abs

Un accenno anche al sistema ABS per il galleggiamento in valanga: esso prevede il rapido gonfiaggio di un serbatoio di circa 150 litri di aria, tramite un gas in pressione (azoto). Questo serbatoio è situato nella patella superiore di uno zaino (fornito insieme al dispositivo e solidale con esso) e gonfiandosi aumenta il volume complessivo dello scialpinista. Questo aumento di volume ma non di peso causa una diminuzione del peso specifico della persona travolta, a tal punto da permettergli di galleggiare sulla massa nevosa. Il principio del galleggiamento alla base del sistema ABS – secondo il Servizio Valanghe italiano – è molto valido ai fini della sopravvivenza in caso di travolgimento da valanga. Per avere una reale utilità ed una diffusione capillare tra gli scialpinisti il dispositivo risulta comunque da perfezionare, per tutta una serie di difetti, tra cui il prezzo elevato.

IN CASO DI FENOMENO VALANGA

Essere coinvolti nella caduta di una valanga, sia direttamente che come spettatori, è sicuramente un’esperienza traumatica, specie se fosse la prima volta. E’ evidente che in una simile situazione di emergenza non è facile reagire con lucidità nel modo corretto. Le indicazioni seguenti cercheranno quindi di essere il più possibile semplici e intuitive.

Tentare la fuga

Se si è sorpresi dalla valanga durante la discesa, si può tentare di “fuggire” lateralmente in discesa diagonale, cercando di portarsi presso i margini della valanga, e sfruttando eventuali protezioni naturali quali alberi, roccioni o altro; trovandosi nella parte alta della valanga, si hanno discrete possibilità di successo. Se invece ci si viene a trovare nella parte bassa della valanga (o sotto di essa), la situazione è decisamente più critica. Si può ugualmente tentare la fuga laterale prima descritta, per portarsi almeno fuori dalla corrente principale della valanga. Non è consigliabile tentare di fuggire con una discesa diretta lungo la massima pendenza, ovvero davanti alla valanga: essa è solitamente più veloce, e ci si troverebbe sepolti dalla corrente principale sotto un notevole spessore di neve.

E se la fuga non riesce?

Se la fuga non riesce, o non è praticabile, ci si deve liberare immediatamente dei bastoncini e degli sci (aprendo gli attacchi), per evitare di rimanere imprigionati. Si deve quindi tentare di “nuotare” nella massa nevosa, eseguendo movimenti simili al nuoto, mantenendosi il più possibile in superficie, tenendo chiusa la bocca. Quando la neve si è quasi assestata e fermata, cercare di tenere le braccia protese davanti al viso e in posizione fetale, in modo da crearsi una importantissima “camera d’aria”. Evitare di sprecare l’aria con continue grida, ma chiamare solo di tanto in tanto, specie se si sentono dei rumori. Si può anche tentare di aprirsi una via di uscita, scavando con le mani, non senza aver verificato in quale direzione sia “l’alto” (ad esempio facendo scendere della saliva dalla bocca).

I SOPRAVVISSUTI

I compagni del travolto devono osservare attentamente la traiettoria della vittima, e il punto in cui essa scompare alla vista. Questo punto, come pure quello iniziale di travolgimento, devono essere contrassegnati, conficcando nella neve un bastoncino o uno sci: in questo modo si ha una traiettoria indicativa del travolto, e un’idea di dove potrebbe trovarsi. Disponendo di un telefono cellulare, si deve ovviamente allertare immediatamente il soccorso alpino (118), cercando di essere il più calmi e precisi possibile. Facendo quindi attenzione a nuove possibili valanghe, si inizia a perlustrare attentamente la superficie nevosa a valle del punto di scomparsa, alla ricerca di oggetti o parti sporgenti, con l’orecchio ben teso a cogliere eventuali richiami (spesso le vittime si trovano a non più di 1-2 metri di profondità). Contemporaneamente si inizia la ricerca con l’ARVA, suddividendo l’area interessata tra i vari partecipanti alla ricerca. Non disponendo di ARVA, la ricerca visiva deve essere ancora più accurata, iniziando nel contempo un sondaggio della massa nevosa (con sonde, bastoncini, o le code degli sci) adottando un reticolo di circa 70 centimetri.

Se i superstiti sono numerosi:

Se non è stato possibile allertare il Soccorso Alpino tramite il telefono cellulare, tutti devono partecipare alle ricerche per 15 minuti (vedi scheda successiva). Quindi lo sciatore più abile scenderà a valle per dare l’allarme, non senza aver ben memorizzato il luogo dell’incidente, in modo da poterlo ritrovare anche con scarsa visibilità.

Se il superstite è uno solo:

Anche se non è stato possibile allertare il soccorso alpino con il cellulare, egli dovrebbe proseguire nella ricerca per almeno due ore, scendendo a valle solo quando non ci saranno più ragionevoli speranze di un ritrovamento.

valutare il caso

Queste indicazioni sono ovviamente di carattere generale, e dovranno essere valutate alla luce dell’effettiva situazione: estrema vicinanza di una stazione sciistica, comitiva molto numerosa etc. Comunque, anche nel caso in cui il travolgimento si avvenuto a poca distanza da una località sciistica, o sia stato possibile allertare immediatamente il Soccorso Alpino con il cellulare, non rinunciare mai a una ricerca del disperso, soprattutto nei primi cruciali 15 minuti (vedi scheda seguente). E’ già accaduto, ad esempio, che un travolto sia morto nonostante che uno sci sporgesse dalla neve: i suoi compagni si erano subito precipitati a valle senza nemmeno guardarsi attorno.

Il ritrovamento

Quando la vittima della valanga è stata ritrovata dai suoi compagni – quindi in assenza dei soccorsi organizzati – si deve procedere a un primo soccorso.

se la vittima è cosciente:

In questo caso i problemi sono limitati: non lasciarla camminare anche se essa se la sentisse, non massaggiare le estremità ma riscaldarla con indumenti o coperte (soprattutto il tronco), somministrare bevande calde e zuccherate (non alcolici) e curare eventuali ferite o traumi.

se la vittima non fosse cosciente?

La situazione è grave, e non è facile neppure per un medico stabilire se il soggetto sia morto o meno: anche in assenza di battito cardiaco e di respirazione, si deve in ogni caso eseguire una procedura di rianimazione. Appena la testa è stata liberata si deve ripulire la bocca e il naso dalla neve e/o dal materiale vomitato, procedendo quindi alla respirazione bocca a bocca circa 15 volte al minuto. Una volta liberato il torace e il resto del corpo si procede contemporaneamente al massaggio cardiaco (60-80 volte al minuto). Queste operazione devono protrarsi fino all’arrivo dei soccorsi organizzati, e comunque per almeno due ore; se dopo tale periodo non appaiono segni di vita (respirazione spontanea, attività cardiaca, restringimento pupillare) si può rinunciare. Contemporaneamente alla rianimazione è importante riscaldare la vittima, ma solamente il tronco e non gli arti (questi saranno riscaldati in un secondo tempo). E’ possibile utilizzare coperte, indumenti e impacchi caldi, non direttamente sulla pelle. E’ da notare come la temperatura del sepolto, causa una velocità di raffreddamento media di 3 °C/h, possa scendere a livelli estremamente bassi: gli organi centrali (tronco e cranio) fin sotto i 30 gradi, mentre le estremità anche a 10-12 gradi!

se la vittima non fosse cosciente?

La situazione è grave, e non è facile neppure per un medico stabilire se il soggetto sia morto o meno: anche in assenza di battito cardiaco e di respirazione, si deve in ogni caso eseguire una procedura di rianimazione. Appena la testa è stata liberata si deve ripulire la bocca e il naso dalla neve e/o dal materiale vomitato, procedendo quindi alla respirazione bocca a bocca circa 15 volte al minuto. Una volta liberato il torace e il resto del corpo si procede contemporaneamente al massaggio cardiaco (60-80 volte al minuto). Queste operazione devono protrarsi fino all’arrivo dei soccorsi organizzati, e comunque per almeno due ore; se dopo tale periodo non appaiono segni di vita (respirazione spontanea, attività cardiaca, restringimento pupillare) si può rinunciare. Contemporaneamente alla rianimazione è importante riscaldare la vittima, ma solamente il tronco e non gli arti (questi saranno riscaldati in un secondo tempo). E’ possibile utilizzare coperte, indumenti e impacchi caldi, non direttamente sulla pelle. E’ da notare come la temperatura del sepolto, causa una velocità di raffreddamento media di 3 °C/h, possa scendere a livelli estremamente bassi: gli organi centrali (tronco e cranio) fin sotto i 30 gradi, mentre le estremità anche a 10-12 gradi!

In attesa dei soccorsi organizzati è bene preparare il campo anche all’eventuale atterraggio dell’elicottero: realizzando una piazzola, delle segnalazioni o altro per rendere visibile la posizione da soccorrere ed agevolare l’azione di soccorso.